Ecco come spiegare Ben Roethlisberger ai bambini

Lettera aperta di un genitore scritta dopo l'ultima partita di Big Ben nella sua Pittsburgh

“È stata la cosa più difficile da guardare di sempre”.

Così mi scrive mio figlio alle prime luci dell’alba, quando, mi immagino, avrà finito di versare l’ultima delle sue lacrime sulle immagini in diretta dall’Heinz Field.

OK, mio figlio è un po’ malato per gli Steelers, colpa mia, di una collega che gli portò cappellino e terrible towels direttamente dalla Pennsylvania, di una partita vista dal vivo a Wembley e di chissà quale altra alchimia sconosciuta che fa nascere le passioni. Però, come e più di lui, basta guardare le immagini di tifosi e compagni sul campo gelato di Pittsburgh per capire che l’addio di Big Ben non è solo quello di un giocatore che lascia una squadra. È molto di più.

Il paragone viene anche facile: Brady e New England: applausi, immensa riconoscenza perché Tom è colui che ha fatto vincere di tutto, ma non il calore di un amore immenso che finisce. E, infatti, Brady cambia casacca e continua a vincere in un altro stadio che lo inneggia e che presumibilmente non verserà una lacrima al suo addio.

Ben Roethlisberger è lontano da tutto questo. È vero, forse avrebbe dovuto ritirarsi due o tre stagioni fa. È sicuro, non era più il giocatore di una volta. È innegabile, le ultime statistiche non gli sorridono manco per niente. Ma non stiamo parlando di questo. Non oggi. Non quando il ginocchio si è posato per l’ultima volta sul campo gelato. Perché Big Ben non è stato l’uomo che ha fatto vincere gli Steelers: la squadra vinceva prima e tornerà a farlo anche.

Certo, Ben ha portato 2 Super Bowl, una palettata di record, grandi rimonte e vittorie importanti. Ma chi gridava il suo nome l’altra sera ancora dopo mezz’ora che la partita era finita non aveva in mente nulla di tutto questo. Aveva solo in mente il condottiero che ha sposato una causa in tutto e per tutto: non ha mai vestito una maglia diversa, non ha mai detto una parola apertamente fuori posto sulla “sua “Steeler Nation”.

Certo, come tutti i condottieri si è fatto sentire, qualche testa è saltata perché non si incastrava al meglio con il grosso Ben, ma in 18 anni di vittorie, sconfitte, stravolgimenti, cambiamenti, lui c’è sempre stato. Con la spavalderia del giovane predestinato e la mobilità che ti fa prendere gioco dei linebaker avversari, prima; con il braccione e l’esperienza che ti fanno bilanciare gli anni che passano, dopo.

Per finire con tutto quello che il suo fisico aveva da dare e compensando tutto il resto con la sua sola presenza che dava sicurezza. Le chiamano “bandiere”, quelle che, si dice, “non ci sono più”. Per la verità, qualcuna resiste ancora, in ogni parte del mondo, ma pochi sono e saranno come Big Ben. L’uomo che c’era, sempre e comunque, nel freddo vento che spiffera dalla punta di terra dove nasce il fiume Ohio. Era il giocatore con cui una città e una “nazione” (non per nulla la chiamano Steeler Nation) si sentivano rappresentati, nella bonarietà di una
faccia e un atteggiamento da antidivo che solo i suoi tifosi possono capire e condividere fino in fondo. Difficile stesse antipatico a qualcuno, Big Ben, ma anche difficile fosse amato da altri al di fuori dei suoi tifosi.

Troppo poco personaggio, e probabilmente, in fondo, non abbastanza fenomeno anche sul campo, per quanto grande, nei tempi migliori. Ma, soprattutto, troppo mescolato con quel giallo e nero che ne hanno dipinto una seconda pelle e che l’hanno mischiata con le domeniche di almeno due generazioni che non hanno visto una squadra degli Steelers che non fosse con Big Ben alla guida.

Come fai a salutarlo senza versare una lacrima, uno così? Non lo capiranno, gli altri, poco male. Ciascuno si tenga i suoi idoli e si illuda di capire come va il mondo. Ma il mondo del’Heinz Field, da 18 funzionava azionato da Big Ben. Onore a lui, allora. E nessuna vergogna per chi, anche qui, si è fatto qualche pianto.

Io ti capisco, ragazzo mio!.

Addio Big Ben

Francesco E.

Harbaugh
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