Antonio Brown svela l’amara verità dietro l’NFL e la sua scenata

L'ex ricevitore dei Bucs si è raccontato in una lunga lettera, dove svela alcuni retroscena decisamente interessanti

Ci sono due errori che si possono fare lungo la strada per la verità: non andare fino in fondo e non partire.

Lo sa bene Antonio Brown, che ha iniziato il suo viaggio verso la sincerità.

Difatti questa notte l’ex ricevitore dei Bucs ha parlato, tramite il suo avvocato Sean Burstyn, per la prima volta della sua scenata newyorkese e con una lettera ha spiegato i motivi che l’hanno spinto ad abbandonare il MetLife in quel modo impietoso.


“Sono stato costretto a giocare con una caviglia infortunata, che dovrò operare molto presto”


Brown ha dichiarato che i Buccaneers lo avrebbero costretto a giocare nonostante i dolori e il fastidio alla caviglia, insabbiando il reale pericolo e grado dell’infortunio.

Effettivamente una risonanza magnetica, eseguita il giorno dopo la partita, avrebbe evidenziato dei frammenti ossei bloccati nell’articolazione e un legamento lesionato.


“Prima della partita lo staff medico mi ha iniettato un antidolorifico molto potente e pericoloso, sconsigliato dalla NFLPA”


Contro i Jets l’ex stella degli Steelers è riuscito a giocare 26 azioni prima di chiedere il cambio alla sua panchina.

Poi il fattaccio, all’improvviso: dal nulla Brown si toglie il casco, il paraspalle e la maglietta; lascia lo stadio a petto nudo mentre i suoi colleghi sono ancora impegnati a giocarsi una partita punto a punto.

Sugli spalti c’è chi lo fischia, chi ride e chi addirittura lo acclama. Molti pensano all’ennesima bravata, altri a qualcosa di più grave… e forse hanno ragione.


“Quando mi sono seduto a bordo campo e il mio allenatore si è avvicinato a me, molto infastidito e mi ha gridato: ‘Cosa c’è che non va in te? Cosa c’è che non va in te?’ Gli ho risposto: ‘È la mia caviglia.’ Ma lo sapeva.

Era ben informato e ne avevamo discusso tutta la settimana. Poi mi ha ordinato di tornare in campo. Ho risposto: ‘Coach, non riesco’. Non ha chiamato lo staff medico, ma ha gridato: ‘HAI FINITO!’ mentre si passava un dito sulla gola.

Mi continuava a dire che se non fossi tornato in campo avrei chiuso con i Bucs. A quel punto mi sono rifiutato di portare il loro logo addosso e mi sono tolto la maglia.”


Al momento la società della Florida non ha rilasciato alcuna dichiarazione in merito.

Comunque la si guardi è una storia umiliante. Non per Antonio Brown, che questa volta sembrerebbe solo la vittima, non per Arians che ben altra umiliazione meriterebbe, ma per tutti i tifosi e gli amanti del football americano. Loro non se lo meritano.

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