Ben, molto più che Big

La storia di un’icona giallonera: ripercorriamo la carriera di Ben Roethlisberger

Big Ben ha suonato l’ultimo rintocco sportivo.

Non ce ne voglia il buon Roethlisberger, ma il gioco di parole tra il suo soprannome e l’orologio simbolo di Londra era servito su un piatto d’argento. Scherzi a parte, da ieri ogni tifoso dei Pittsburgh Steelers in ciascuna parte del mondo ha motivo di essere triste. Diciott’anni sono tanti in una vita, figuriamoci per una carriera sportiva, e a maggior ragione in NFL, dove passi dall’essere un rookie di belle speranze a un giocatore ormai bollito.

Ebbene, per diciotto stagioni quel ragazzone dell’Ohio ha servito la nazione giallonera con tutto sé stesso: il sacerdote di un rito che si ripeteva per quattro mesi (più playoff) all’anno, e l’Heinz Field è stato il suo tempio. Snoccioliamo qualche numero, e non pensiamoci più: 2 Super Bowl vinti, 417 touchdown passati, 6 volte Pro Bowler. Si potrebbe andare avanti per ore. Big Ben è stato uno dei più grandi quarterback degli ultimi vent’anni, figlio di quel Draft del 2004 (dove fu scelto all’undicesima chiamata) che molti paragonano per abbondanza di talento a quello leggendario dell’83. Marino, Elway e Kelly contro Roethlisberger, Rivers ed Eli Manning, ce n’è per tutti i gusti. Big Ben vanta però un record esclusivo: è stato il più giovane QB di sempre a vincere da titolare un Super Bowl.

Il primo anello non si scorda mai

Che il ragazzo cresciuto nei Miami Red Hawks fosse destinato a grandi cose lo si capì nella sua stagione d’esordio: tredici partite giocate dal primo snap, tredici vittorie. E anche se un certo Tom Brady spezzò l’incantesimo nella finale di Conference con i suoi Patriots, il titolo di Rookie Offensivo dell’Anno assegnato dall’Associated Press era nelle mani di Ben. A volte, basta un secondo tentativo per conquistare ciò che desideri tanto ardentemente. Nel suo secondo anno in NFL, Roethlisberger vince il Super Bowl, il quinto nella storia degli Steelers. Il percorso che conduce all’anello è atipico: Ben salta quattro partite in regular season per malanni alle ginocchia, segna un buon numero di TD (17) ma non straordinario e al Super Bowl contro i Seahawks chiude con soli 9 lanci completati su 21, con due intercetti. Però… c’è un però: innanzitutto la forza di quegli Steelers era nella difesa (il nome Polamalu vi dice niente?), e inoltre – nonostante i tanti errori – quel 23enne che poi sarebbe divenuto Big Ben innescò Hines Ward nell’azione chiave del 21 a 10 finale.

Roethlisberger saluta i suoi tifosi

Amore incondizionato

Lealtà fa rima con dedizione, dedizione fa rima con abnegazione. Roethlisberger ha sofferto per la Steelers Nation infortuni di tutti i tipi: al cranio, alla mano, alle costole, alle ginocchia. Ha rischiato anche di morire in un incidente in moto, ma questo non sarebbe dipeso dal suo team. Negli ultimi anni, il fisico lo ha progressivamente abbandonato, e vedere quel braccio da deep ball wizard lanciare moscio è stata una sofferenza. Perché il numero 7 aveva una classe straordinaria: il lancio per Santonio Holmes contro gli eterni rivali Ravens, nella Week 15 del 2008, oppure la cannonata per Antonio Brown (proprio lui…) alla finale AFC del 2011, sono solo alcune delle gemme sopraffine che in quasi vent’anni di carriera Ben ha donato agli amanti del football.

Un vero leader

Il Ben che a inizio 2009 conquistò il suo secondo Super Bowl, a Tampa contro gli Arizona Cardinals, era più maturo della sua versione di tre anni prima. Ormai conosceva alla perfezione gli animi dei suoi compagni, e quando i Cardinals rimontarono lo svantaggio portandosi sul 23-20, con soli trentasei secondi rimasti sul cronometro Roethlisberger diede sfoggio di attributi d’acciaio, trovando Santonio Holmes in end zone. La palla oltrepassò tre uomini in maglia rossa, venendo agganciata in modo irreale dal ricevitore col numero 70. Delirio. È stato e sarà sempre uno dei touchdown più amati dai tifosi gialloneri, il culmine di un’azione epica che si merita un posto accanto ai ricordi gloriosi degli anni Settanta, quelli della Steel Curtain e Terry Bradshaw.

Repertorio da numero uno

Quelle finte che disorientavano i linebacker mandati a braccarlo, la sicurezza nell’agire indifeso fuori dalla tasca, gli scatti intelligenti da runningback di un metro e 96 (molto prima dell’avvento di Lamar Jackson), sua visione di gioco… tutte doti strepitose di cui ora l’NFL è più povera. Ah, quelli che lo hanno criticato con cattiveria inutile nell’ultimo biennio si ricordino chi è stato il primo giocatore di sempre ad aver segnato 12 TD in due partite (nel 2014). A Benjamin Todd Roethlisberger auguriamo una serena pensione, certi di vederlo a Canton tra qualche anno.

Qualcosa mi dice che a Pittsburgh sarà sempre il benvenuto.

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