La rivincita degli underdog

Non ci credeva nessuno, ma Dolphins, Saints e Lions, ciascuno a modo suo, hanno ribaltato i pronostici. Difficile che questo cambi le sorti della stagione, ma c’è chi ci spera, e le imprese sono fatte anche di questo

Ah, quanto ci piacciono le comeback story! Le partite riagganciate all’ultimo minuto, le vittorie in rimonta, i colpi di scena… Sono un po’ il sale dello sport, e pure del football. In America lo si sa, e un po’ per soldi ma non solo, si fanno campionati ben congegnati, con pesi e contrappesi più o meno sofisticati che vanno dal draft alla formula dei playoff. Eppure niente funziona meglio dell’ironia del Fato, o se preferite, dell’anima da mettere in campo, quando ormai non ci crede più nessuno. In questo finale di regular season, i coup de théâtre non sono mancati, con la week 15 che, in vista dei cenoni natalizi, ha presentato un piatto gustoso. Con la portata principale a base di… delfini.

Già, i Dolphins: una squadra iconica, nel bene e nel male. Un simbolo della NFL anche per chi il football lo mastica poco, la squadra di leggende come Don Shula e Dan Marino, e l’unica ad aver agganciato la “stagione perfetta”, vincendo nel 1972 le 14 partite di regular season, le 2 dei playoff e il Super Bowl contro gli allora Washington Redskins. Ma anche una squadra che non vince un Super Bowl dal 1973, che non ci arriva dal 1984 e che non vede i playoff dal 2016. Anni duri, questi ultimi, tra accuse di tanking, rimproveri per aver preferito Tua Tagovailoa a Justin Herbert e momenti di gloria podo ortodossi. Uno su tutti, sempre a proposito di vittorie a sorpresa, il finale contro i Patriots nella week 14 del 2018, dal retrogusto decisamente… rugbystico.


La stagione 2021 non era cominciata con i migliori auspici, come testimoniato da una losing streak di 7 match per un poco lusinghiero record di 1-7. Tuttavia l’ultima vittoria contro i Jets, per quanto rocambolesca, ha il sapore del riscatto. Porta infatti il record a 7-7, sposta la serie di vittorie a 6 (interrotta solo dal turno di bye) e riapre le speranze dei Dolphins per un ritorno ai playoff. Anche qui siamo dalle parti dei primati: solo i Giants nel 1994 erano riusciti a perdere sette partite e vincerne poi 6 di fila. E ora è lecito quantomeno sperare in una wild card, e per i più coraggiosi anche in qualcosina di più, nel pieno stile di quelle che gli americani chiamano Cinderella stories.

Certo, a voler essere più razionali, la prudenza è d’obbligo: gli avversari di questa serie vincente non erano proprio irresistibili, e anche domenica i dubbi in campo non sono mancati. Primo fra tutti Tua, con qualche intercetto di troppo e un pick six nel momento più sbagliato della partita. Le prossime giornate diranno molto: ci sono i Saints, i Titans e i Patriots. Poteva andare peggio, si potrebbe dire, ma il modo in cui finora i Dolphins hanno vinto potrebbe non essere sufficiente.

I Saints, peraltro, a questo punto sono un’incognita: piegato dagli infortuni, il loro attacca arranca, ma domenica scorsa è stata la difesa a prendersi sulle spalle l’incarico di rispettare quella strana tradizione che li vuole come la bestia nera (e oro) dei Buccaneers nella regular season. Una partita poco entusiasmante, diciamolo: 9 punti tutti segnati su calcio, mentre l’attacco di Tampa Bay – cifre alla mano, il migliore di questa stagione – veniva bloccato a zero. Un lavoro da applausi per il defensive coordinator Dennis Allen, che secondo alcune voci starebbe comunque guardando lontano da New Orleans, in cerca di una seconda occasione come head coach. Domenica scorsa, in ogni caso, la concentrazione a bordo campo non gli è mancata, e il tablet di Tom Brady, distrutto in un momento di frustrazione, ne sa qualcosa. 


Visto che parliamo di Cenerentole e di colpi di scena, c’è anche da dire che per un attimo i New Orleans Saints si sono ritrovati nella playoff picture nonostante una stagione davvero poco convincente. A trasformare la carrozza in zucca, tuttavia, non sono stati i 12 rintocchi della mezzanotte, ma i 17 punti segnati dai Vikings contro i Bears nel Monday Night Football. E guardando al futuro, non resta una scarpetta di cristallo, ma una dinamica ancora più fragile: la speranza che la fiducia innescata da una vittoria a sorpresa, più una difesa convincente, bastino a controbilanciare un attacco che ormai appare, diciamolo, improvvisato. Impossibile, verrebbe da dire. Ma forse bisognerebbe chiedere prima a Drew Brees, che a quanto pare di vaticini se ne intende.


A completare le “portate” a sorpresa della settimana scorsa, i Detroit Lions. Qui, forse, nemmeno i più spregiudicati potevano prevedere una vittoria per 30 a 12 contro i favoritissimi Cardinals. Un game plan ben fatto da parte del coach Dan Campbell e una difesa che ha messo sotto pressione costante Kyle Murray hanno fatto la differenza. Ma qui il riscatto resta confinato ai singoli match, perché il bottino di caccia dei Lions, in questa stagione, è decisamente magro: c’è infatti solo un’altra vittoria, di misura, contro i Vikings in week 13. Poi basta.

Per capire se a Detroit il processo di ricostruzione avviato da Campbell darà finalmente i suoi frutti, bisognerà aspettare. Nel frattempo, però, resta da vedere chi avrà l’occasione e le “miglia e miglia di cuore” – come dice Gene Hackman in “Le Riserve” – per rovesciare i pronostici e compiere una di quelle imprese che poi ci fanno amare il football ancora di più. 

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