Salvate il soldato Ben

Le primavere sono ormai 39, gli infortuni subiti sono molti e il mondo intorno a lui è cambiato parecchio

Non ha l’aurea immortale di Tom Brady né il fascino un po’ scapigliato di Aaron Rodgers. Ma, in fondo, Benjamin Todd Roethlisberger, per gli amici “Big Ben”, è uno di quei pochi giocatori che sono già leggenda mentre attualmente ancora giocano a football. Sicuro Hall of famer, idolo indiscusso di una delle tifoserie più devote della NFL, è sicuramente personaggio meno mediatico di molti colleghi, ma i numeri e la storia sono dalla sua parte.

Solo che, da qualche stagione, il buon Ben sta perdendo più di qualche colpo. La vedono tutti e lo sa lui per primo. D’altra parte, le primavere sono ormai 39, gli infortuni subiti sono molti e il mondo intorno a lui è cambiato parecchio. L’incipit della corsa stagione aveva illuso, con il filotto di vittorie. Poi, la seconda parte, ha riportato la Steelers Nation con i piedi per terra. E l’inizio della stagione attuale ha tirato una mazzata epocale anche al più incallito dei tifosi, tanto da rendere del tutto legittima la domanda se Roethlisberger non fosse, dopo le prime giornate, il quarterback più in difficoltà della lega.

Numeri impietosi, la mobilità di una cassapanca senza rotelle, una linea a proteggerlo solida come il burro rimasto fuori dal frigorifero… e quella faccia sempre “un po’ così” che sembrava un po’ più “così” del solito mentre si guardava intorno come a chiedersi se avesse senso essere su un campo di football.
In tanti hanno sparato sul soldato Ben, con oggettive buone ragioni, per carità detto. Però, forse, non tutti hanno fatto i conti fino in fondo con l’orgoglio del vecchio leone ferito.

Non sono tanto le quattro vittorie di fila arrivate nelle ultime 4 giornate, perché le “W” sono più figlie della difesa eccezionale che non di un attacco che rimane piuttosto spuntato. Ma è più la sensazione che qualcosa di diverso ci sia nelle chiamate e, soprattutto, nella testa di Big Ben.
Con i dovuti distinguo, a volte sembra di vedere il Manning dell’ultima stagione e, soprattutto, dell’ultimo Superbowl vinto: un Manning consapevole di non essere più quello di un tempo, ma così intelligente da capire che limitarsi a non fare danni e far sentire tutto il proprio peso di esperienza e di “presenza” avrebbe potuto fare la differenza.

Ecco, allora, il maggior numero di corse, i passaggi corti e veloci, il minimo sindacale di tentativi che solletichino la forza del braccione che fu… Si badi, non è così semplice come sembra, specie per chi è stato abituato per anni a fare la differenza. È normale che ci sia l’istinto che spinge per risolvere da solo le partite come una volta; che si debba soffocare la voglia di tagliare in due le difese sul profondo mostrando ancora una volta i muscoli. È l’ego del campione, quello non si può cambiare. Ma si può addomesticare.

In ogni sport, davanti all’inevitabile declino, c’è chi sceglie di intestardirsi e spegnersi piano piano, continuando a lottare come si può, anche a costo di gettare un’ombra sulla leggenda che è stata scritta. E c’è chi non sopporta l’idea del declino e preferisce dire basta al primo accenno di parabola discendente. Poi, c’è chi prova a giocare una partita diversa: senza strafare, mettendosi in coda alla fila per la mensa e accettando di lasciare che le stesse luci che hanno illuminato lui per anni si soffermino a far brillare qualcun altro.

Però non mollano, stanno lì a lottare con le armi che hanno e, soprattutto, con l’intelligenza di cui si è detto. L’intelligenza di chi sa capire che la carta migliore che può giocarsi è proprio il suo esserci, limitando gli eccessi di chi non può più fare la differenza, ma pigiando sul pedale della personalità, del nome, del simbolo… E allora succede che 2 yard guadagnate correndo su un terzo down facciano esplodere folla e compagni come i lanci di 50 yard di un tempo che fu. E possa ancora fare la differenza. Magari non fino in fondo; magari non per cambiare una stagione… Ma abbastanza per capire che non è saggio più di tanto accarezzare la criniera del leone come fosse ormai l’ultimo dei gattini.

Articolo precedente Cover 2: il Podcast di The Blitz [quarta puntata]
Prossimo articolo OBJ può ancora essere OBJ?