Siamo esseri umani, non mostri

Lane Johnson torna a giocare dopo l’assenza legata a problemi di ansia e depressione. Una vicenda che riporta al centro il tema della condizione mentale dei giocatori

Cosa c’è sotto un casco da football? Un giocatore? Un guerriero, una sorta di gladiatore moderno? O c’è un uomo, nonostante tutto?

“Siamo tutti essere umani, non siamo mostri”: così rispondeva il right tackle degli Eagles Lane Johnson nel 2017, proprio nella stagione in cui Philadelphia si apprestava a vincere il Super Bowl. Johnson, pochi giorni fa, è tornato ad allenarsi dopo un’assenza di due settimane. Era arrivata a sorpresa, la notizia della sua indisponibilità: lo scorso 3 ottobre la riserva Jack Driscoll era stata chiamata in campo con solo due ore di preavviso, prima del calcio d’inizio nella partita contro i Kansas City Chiefs. Questioni personali, era stato detto. Ma Johnson non ha mai fatto mistero, nemmeno in passato, del problema vero: questioni psicologiche, questioni di ansia.

 

Lo abbiamo visto mille volte, in ogni singola partita: senza casco, sulla sideline, i giocatori sembrano uomini quasi come noi, forse solo un po’ più grossi. Quando però arriva il momento di scendere in campo si coprono il volto, diventano i numeri che indossano sulla maglia, protagonisti  e componenti di uno spettacolare ingranaggio. Ed è come se scattasse un interruttore: un meccanismo, o diciamo pure un sortilegio, che sublima i nomi sulle casacche fino a tramutarli in archetipi. Della vittoria o della sconfitta, poco importa.

È il fascino dello sport, e di questo sport in particolare. Qualcosa che esiste da sempre, in qualche modo, e che nella nostra epoca si intreccia con le dinamiche dello spettacolo, del business, del marketing, dei riti sociali. Ma parte di questo fascino viene anche dal fatto che persino i campioni sono tutt’altro che perfetti. Diventano ciò che sono anche grazie a una scelta, a una determinazione che li porta a superare le loro fragilità, in nome di un gioco che chiede tutto, sul piano fisico e non solo.

Ci sono tanti tipi di fragilità, e nel football quella che salta più spesso all’occhio è quella fisica: “Giocate ogni azione come se fosse l’ultima, perché potrebbe esserlo davvero”, dicono gli allenatori parlando di infortuni, con frasi che diventano parte di un’epica, materiali per documentari, film e serie tv. Quando un giocatore si fa male è il momento in cui ci ricordiamo della sua umanità, per poi emozionarci quando torna sul campo.

Tanto per fare un esempio, si possono citare le immagini della caviglia di Dak Prescott nella scorsa stagione, che nei video su internet erano precedute da un disclaimer perché “troppo crude”. Vederlo giocare quest’anno, vedere che è tornato e che è ancora in grado di fare la differenza, ci fa sentire bene ed è parte dell’attrazione che lo sport riesce a esercitare. C’è però un altro tipo di fragilità, che esiste da sempre, e di cui si parla poco, anche se forse qualcosa è cambiato negli ultimi anni.

 

Quello di Lane Johnson non è il primo caso, e non è neppure un fatto raro. Brandon Brooks, guardia degli Eagles e uno tra i migliori amici di Johnson, ha raccontato di aver vissuto situazioni simili: i conati di vomito prima delle partite, l’ironia per sdrammatizzare, le inevitabili assenze. “Non è qualcosa di insolito – ha detto parlando di ansia e depressione – ma è qualcosa di cui non si parla. Diventa uno stigma se viene percepito come una debolezza. E quando la cosa esce allo scoperto, viene fuori che nel nostro mondo sono in tanti, a doverci fare i conti”.

In effetti, la lista degli episodi potrebbe essere lunga. Lo scorso maggio il tight end dei Falcons Hayden Hurst, con una lettera al sé stesso più giovane, ha parlato in maniera forte e diretta della sua lunga lotta contro la depressione, che già gli aveva impedito di diventare un giocatore di baseball professionista coi Pittsburgh Pirates, e che lo ha seguito anche dopo il passaggio al football, lungo notti segnate da farmaci e alcool e fino a un tentativo di suicidio.

Pochi giorni fa, invece, è stato l’offensive tackle dei Ravens Brandon Knight ad annunciare uno stop momentaneo proprio per concentrarsi sui problemi legati alla sua condizione mentale. E se prima abbiamo citato Dak Prescott, va anche detto che proprio il quarterback dei Cowboys ha dovuto combattere la sua personale battaglia dopo la morte del fratello per suicidio e dopo il pesante infortunio del 2020. Sul suo polsino, domenica scorsa, campeggiava la scritta “Ask 4 Help”: il messaggio al centro della sua campagna che va proprio a supporto di chi deve affrontare quelli che in America vengono chiamati “mental health issues”. 

Certo, lo sport professionistico è un qualcosa di strano e dalla natura composita: un privilegio, una vocazione, a volte un’ossessione e in ogni caso una scelta. Volendo essere brutali si potrebbe dire che la tensione e il peso psicologico della competizione sono inevitabili e rilevanti quanto gli infortuni fisici, e che il percorso di un atleta è fatto anche di questo.

Si può sempre smettere: per un po’, come ha fatto la ginnasta Simone Biles durante le ultime olimpiadi, o per sempre, come il quarterback dei Colts Andrew Luck che nel 2019, a soli 29 anni e all’apice della carriera, è uscito dal campo per l’ultima volta. Qualcuno ricorderà però anche i fischi di certi tifosi di fronte al suo ritiro: una brutta parentesi di fronte a una decisione indubbiamente sofferta. Luck ha raccontato la fatica del percorso di riabilitazione a seguito degli infortuni, e nonostante il fisico avesse recuperato, ha semplicemente deciso, non senza coraggio, di non voler più fare il giocatore di football.

E si può essere sicuri che non è mai facile uscire da qualcosa a cui si dedica la propria intera esistenza. Basta pensare ai ragazzini del liceo, chiamati a mettere da parte la propria giovinezza per inseguire un sogno quasi irraggiungibile: meno del 7 per cento dei giocatori delle high school, infatti, prosegue al college, e tra chi ce la fa, meno del 2 per cento arriva in NFL.  In pratica, la probabilità di diventare professionisti è più o meno quella di essere colpiti da un fulmine.

 

Eppure, il senso dello sport sta anche in questo: nel riconoscere i propri limiti, nel superarli, e quando è necessario, nell’accettarli. Per quanto riguarda la condizione mentale la strada è tracciata, ma c’è ancora da percorrerla. L’American Psychological Association, ad esempio, dal 2012 offre supporto ai giocatori della NFL e si adopera per far capire che i “mental health issues” vanno affrontati con la stessa attenzione con cui si chiede supporto per un infortunio. Ma cruciale è anche il piano culturale, che coinvolge tutti: giocatori, squadre, tifosi e appassionati. Perché alla fine, anche questo fa parte dello sport: nessuno è una macchina, nessuno è al di sopra della propria umanità, e solo in virtù di questo le imprese sportive acquistano valore. Proprio come ribadiscono le parole di Lane Johnson prima della vittoria al Super Bowl: “Uomini, non mostri”. 

Articolo precedente Cover 2: il Podcast di The Blitz [prima puntata]
Prossimo articolo Field Goal: i tre temi più interessanti della settima giornata NFL