Sean Taylor placcò tutti, ma non la sfortuna

Oggi contro i Chiefs, Washington ritirerà la maglia numero 21 in suo onore

Non è facile giocare come safety nei Washington Redskins (o Washignton Football Team, che dir si voglia). Perché i ragazzi che ricoprono quel ruolo devono confrontarsi, dal 2007, con l’eredità di Sean Taylor. E’ possibile che un giocatore con soli tre anni e mezzo di carriera in NFL abbia lasciato un segno così profondo? Sì, se la dirigenza del club della capitale ha appena deciso di ritirare il numero 21 da lui indossato. E non solo: la strada che porterà al FedEx Field sarà intitolata a lui. Ma chi è stato Sean Taylor?

Inizio anni Duemila: i Patriots hanno vinto i loro primi due anelli, il safety più forte della lega è il futuro hall of famer Brian Dawkins, e i Washington Redskins navigano nella mediocrità (il record oscilla dall’8-8 del 2000 al 5-11 del 2003). Serve che il draft 2004 dia una scossa, che Joe Gibbs trova alla quinta scelta. Ancora non sa che razza di campione abbia selezionato, pescando quel ragazzo di Miami che negli anni precedenti ha fatto godere (e tanto) i tifosi degli Hurricanes.

Sean Taylor, classe 1983, è nato per giocare a football: oltre a una visione ampia delle azioni, è velocissimo e quando placca, stende chiunque. Fa malissimo: ammirando i suoi tackle, sembra quasi di vedere Kam Chancellor, ma con dieci anni di anticipo. Brutale, spietato: uno di quelli che solo a immaginartelo provi dolore fisico. E pensare che nel 2001, il suo primo anno agli Hurricanes, Sean neanche era titolare: al suo posto giocava un tale Ed Reed, uno che qualcosa in NFL ha combinato…

Torniamo al 2004: Taylor si veste di burgundy and gold, e ci mette pochissimo a entrare nel cuore dei tifosi. Alla terza giornata è titolare fisso, e diventa una sentenza: quando un avversario entra nel suo raggio d’azione, lui lo abbatte. A fine anno, le sue statistiche reciteranno 78 tackle, 4 intercetti, 1 sack e 2 fumble procurati. Non male per un rookie.

Fuori dal campo, Sean si crea un’aura un po’ controversa: non è un teppista né viene da una famiglia di gangster (il padre era poliziotto), però si circonda di persone sgradevoli. Una volta viene fermato al volante in stato di ebbrezza (poca roba), mentre nel 2005 è tra i fermati della polizia dopo una sparatoria con obiettivo una macchina rubata. Ma è la grande ipocrisia della NFL: si coprono d’oro ragazzi che potrebbero non avere la testa (o l’aiuto familiare) per gestire fama e ricchezza, e poi li si mettono alla gogna al primo errore.

Tuttavia, al di là di poche bravate, Sean riga dritto e in campo dà spettacolo: nel 2005, anche grazie al suo apporto in difesa, i Redskins riassaggiano i playoff dopo sei anni. Nel 2006 la squadra crolla a livello di risultati, ma Taylor deflagra: i suoi 114 placcaggi totali gli regalano l’accesso al Pro Bowl. E’ arrivato alle porte dell’Olimpo, sta a lui decidere se restarvi oppure no.

Invece il Destino ingrato ha altri piani per il ragazzo. Sean ama profondamente Miami, è casa sua: ne conosce tutti i quartieri, quelli più chic e quelli da evitare. Anche se gioca per la franchigia di Washington, D.C. il suo cuore è in Florida, e nel Sunshine State torna appena può. Si è comprato anche un bel villone. La sua magione fa gola ai topi d’appartamento, che la notte del 26 novembre 2007 decidono di svaligiarla. Ma la villa non è vuota: dentro dorme Sean, che sta recuperando da un infortunio al ginocchio, assieme alla fidanzata Jackie Garcia e alla loro bambina di neanche due anni.

I rapinatori svegliano Sean senza volerlo, lui si alza e afferra un oggetto (in seguito si parlerà di un machete) per difendere la sua famiglia. Partono dei colpi, il campione dei Redskins viene preso a una gamba. Il proiettile ha centrato l’arteria femorale, e quando arriva l’ambulanza Taylor ha perso tantissimo sangue. Ospedale, intervento immediato ma la tragedia è nell’aria: alle tre e mezza del mattino del 27 novembre, viene dichiarata la morte del ragazzo, appena ventiquattrenne. Ucciso in casa sua, solo per aver provato a proteggere i suoi cari.

Il 3 dicembre insieme a Sean Taylor viene sepolto anche un pezzo di cuore sportivo della città. Con gli occhi ancora spossati dal pianto, i suoi compagni affrontano i Bills iniziando la prima azione della gara con un uomo in meno in difesa, come tributo. E sempre un tributo lo offre il running back Clinton Portis, che dopo un touchdown si alza la maglietta e mostra al mondo il volto di colui che poteva essere la più grande safety degli anni Duemila.

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