Lo strano caso del Dr. Jackson e di Mr. Lamar

Il quarterback dei Ravens ha sconfitto anche la sua nemesi Mahomes. A questo punto l’impressione è che l’unico che possa fermarlo sia… il suo alter ego

A guardarlo bene, sembra un personaggio di un film degli anni ’80. Magari uno di quei protagonisti ribelli che sfidano le regole, che fanno infuriare i propri “superiori” e che poi si riscattano risolvendo tutto a modo loro.

Ma potrebbe anche essere il “cattivo”: il sovversivo che si fa beffe della vecchia scuola, quello che persino di fronte a nomi da leggenda sembra dire con ogni azione “Fammi spazio, nonnetto, che il tuo tempo è finito”.

Al limite, in una NFL che storicamente non ha paura di trame articolate, potrebbe persino essere tutte e due le cose: un protagonista con due facce che vengono fuori a fasi alterne. In ogni caso, ormai anche i più scettici se ne saranno fatti una ragione: Lamar Jackson è un personaggio che non si può ignorare, uno di quelli scritti bene, che lasciano il segno.

Alla sua quarta stagione, ancora siamo qui ad aggrottare la fronte davanti a certe statistiche tipo questa: terzo posto dopo la week 2 tra i leader della lega nelle corse, con 193 iarde conquistate sul terreno. Meglio di lui, solo Joe Mixon e Derrick Henry in persona. Sì, lo sappiamo, ormai è la solita sceneggiatura di sempre: il running back che si crede un quarterback, che dovrebbe stare al sicuro nella tasca e che invece corre via tra le maglie delle difese.

Una storia nota, al punto che forse è il momento di fare una riflessione: quella NFL che negli ultimi anni ha fatto dei passaggi una religione sta cambiando di nuovo, cercando una strada inedita in quegli spazi che si aprono lì, a pochi metri dalla linea di scrimmage, mentre i ricevitori corrono lungo le tracce. Il caso del quarterback dei Ravens, del resto, sembra sempre meno isolato. 

Eppure c’è chi dice che non basta, che alla lunga non può funzionare. Nessuno mette più in discussione il fatto che Lamar Jackson possa dire la sua anche nei passaggi, ma alla fine i dubbi restano. Uno di questi si chiamava Patrick Mahomes, una vera e propria nemesi per Lamar e i suoi Ravens, che si erano ritrovati sconfitti in tre scontri su tre. In pratica, la domanda che aleggiava nell’aria di Baltimora domenica scorsa era questa: potrà mai bastare un attacco incardinato su un running quarterback per fronteggiare la potenza di fuoco dei “missili” di una corazzata come i Chiefs? La risposta della week 2 di quest’anno è stata chiara: sì.

Sarà sufficiente per rimuovere tutte le perplessità? Può darsi di no, anche perché, in pieno stile Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Lamar Jackson sembra proprio avere due personalità. Lo spietato “Mr. Lamar” che fa strage di difese si è fini qui sempre trasformato, di fronte alla parola “playoff”, in un mite “Dr. Jackson”, che fa meno paura.

Se poi si guarda alla week 1, è difficile non pensare che i suoi due fumble abbiamo avuto un peso consistente nella sconfitta contro i Las Vegas Raiders. Ma questo lo ammette lui per primo, e continua a puntare verso un miglioramento costante. Fin qui ha sempre lasciato parlare i fatti, e a chi gli ha chiesto come faccia a restare umile di fronte a certe prestazioni, ha risposto con piglio cinematografico: “È merito del Signore”.

Certo, di fronte a partite come quella contro i Chiefs e nonostante la vittoria per un solo punto (36 a 35), l’impressione è che alla fine l’unico in grado di fermare Lamar Jackson sia proprio Lamar Jackson. Si vedrà: le partite di football, e ancor più le stagioni, sono lunghe e piene di colpi di scena. Nel frattempo, il numero 8 dei Ravens continua a spremere gli avversari, a migliorare anche sui passaggi, e a farci pensare ogni anno che il futuro della NFL passerà anche dalla sua rivisitazione della figura del quarterback. “Not bad for a running back”, direbbe lui.

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