Una vita per il football, intervista a Giacomo Insom

Il difensore della Nazionale è pronto ad alzare il tricolore sul tetto d'Europa

Della lunga chicchierata, una frase mi ha colpito più delle altre: “Il football è una scuola di vita”. Giacomo è un “professionista non professionista”, gioca a football da 13 anni come defensive end e da 8 veste la maglia della Nazionale, ma non è ufficialmente riconosciuto come tale proprio perché non percepisce uno stipendio come giocatore. Eppure questo non lo ferma.

Chi te lo fa fare penserebbe il neofita o quello che con lo sport a poco a che fare. La risposta è nel football stesso, per Jack basta questo infatti. Scoperto un po’ per caso – come successo a molti di noi – Insom non ha potuto più farne a meno, rendendolo presto parte integrante della sua vita. Ogni allenamento, ogni decisione. “Lo sport di squadra per eccellenza”, come gli piace definirlo,  scandisce ormai i ritmi della sua vita. A 31 anni, con la voglia di fare di un ragazzo di 20 e una condiziona atletica da fare invidia, gli obiettivi da raggiungere sono ancora molti. E guai a non provarci.

Il 7 agosto, a Piacenza, è pronto a scrivere una pagina della storia della Nazionale italiana. Dopo le convincenti vittorie contro Austria e Svizzera, il Blue Team è atteso dalla partita contro la Francia per accedere alla finale degli Europei e per qualificarsi ai prossimi mondiali. L’adrenalina è alle stelle, la tensione è palpabile. I lunghi mesi di avvicinamento all’incontro ormai non contano più, il giorno della verità è arrivato. Ma la sorte, beffarda, decide di rendersi protagonista ancora una volta. La partita, causa positività al Covid di alcuni membri della squadra ospite, viene annullata. I fantasmi di un altro ritiro tornano a palesarsi in uno stadio attonito e scosso dalla notizia. E ora? Passerà esattamente un mese prima che la Federazione Internazionale prenda una decisone ufficiale: l’Italia è in finale degli Europei contro la Svezia:

 

Qual è stata la tua prima reazione quando hai appreso la notizia dell’annullamento della partita?

Frustrazione. È stato un peccato, mi ha lasciato una sensazione di amaro in bocca nonostante la possibilità di giocare direttamente la finale. La squadra era pronta, carica. Eravamo in raduno da più di una settimana. Chi lavora come me ha dovuto prendersi anche alcuni giorni di ferie, non vedevamo l’ora di dimostrare il nostro valore. Volevamo meritare sul campo la vittoria e la qualificazione ai mondiali (adesso guadagnata). Ero pronto a dare il massimo, puntavo all’MVP”.  

 

Qual era la condizione del Blue Team? Le sensazioni sulla partita?

“La squadra si allenava mattina e sera, la tensione era tanta. Gli ultimi tagli sono stati fatti a ridosso della gara con la Francia, nessuno era certo di aver il posto assicurato. Il livello era veramente alto. Sono ormai in Nazionale da otto anni, il ciclo che ci ha portato a raggiungere questi livelli l’ho vissuto tutto. Quattro anni fa ottenemmo la qualificazione agli europei senza però potervi partecipare. Puoi immaginare quanto potessimo essere carichi e vogliosi di giocare in questo momento: avevamo battuto l’Austria in Austria, asfaltato la Svizzera. Mancava solo Francia. Era allo nostra assoluta portata, sono convinto che avremmo portato a casa la vittoria. Loro venivano dalla vittoria dell’Europeo e dei Mondiali, ma la squadra non era più la stessa. Si era rinnovata, la maggior parte dei giocatori non aveva mai giocato assieme, molti di loro venivano dalla seconda divisione. Erano peggiorati, noi eravamo migliorati. Le possibilità di vittoria erano alte”. 

 

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Sei uno dei veterani della squadra, raccontami qualcosa in più sul vostro gruppo.

Siamo un gruppo di giocatori che si conosce da anni, ci alleniamo e giochiamo ormai quasi a memoria. L’inserimento dei nuovi giocatori è agevolato da questa situazione. Non siamo professionisti, ma i nostri nazionali si allenano come se lo fossero. Questa è una nostra grande forza. Alcuni hanno anche un background europeo solido, ricco d’esperienza. Il nostro livello è alto. Aver partecipato ad un ritiro vero e proprio ha arricchito le nostre conoscenze; nei giorni prima della partita ci alzavamo e ci allenavamo. Era football a 360 gradi. Siamo affiatati, forti e convinti dei nostri mezzi. Sarò sincero, mi aspettavo che avremmo dominato in linea. La difesa avrebbe avuto un ruolo molto importante nell’economia della partita. Saremmo stati pronti a giocare la partita in qualsiasi altro momento. Ormai è andata così, puntiamo alla prossima”. 

 

Il 31 ottobre la finale a casa loro, la Svezia è un avversario alla portata?

“Abbiamo visto la loro partita con la Finlandia dopo aver saputo dell’annullamento. Adesso li studieremo, cercheremo di capire quali sono i loro punti deboli. Mi sono sembrati alla portata, nulla di straordinario, ma dovremo tenere conto anche dell’aspetto climatico. Ad ottobre a Stoccolma farà molto freddo, ma giocare in trasferta sarà una motivazione extra. Ne abbiamo tante: ci hanno tolto la possibilità di giocare l’ultimo Europeo, adesso vogliamo dimostrare chi siamo. A prescindere dalla località, saremo pronti”. 

 

È stato un anno particolare, come ti sei tenuto in forma? Qual è il tuo regime d’allenamento?

“Ho un preparatore (Luca Vidau, ndr) che mi segue ormai da cinque anni, prima mi allenavo insieme ad Alessio Di Chirico, il fighter UFC. Con lui svolgo sia la parte atletica sia quella in palestra. Nonostante l’annullamento della partita, io non mi sono comunque mai fermato. Neanche a luglio. Dal punto di vista atletico svolgo numerosi drill, cambi direzione: dettagli specifici che mi portano a migliorare la performance sul campo. Sono cinque sedute a settimana (tre atletiche, due in palestra), lavoro soprattutto sulla forza, sulla resistenza, sull’esplosività. Un allenamento totale. Lui mi conosce come nessun altro, mi fido. È un amico, mi prepara al meglio. Sono in una botte di ferro”. 

 

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Durante la stagione invece?

“Anche durante la stagione mi alleno pressoché sempre allo stesso modo. Mi divido tra le tre sedute al campo e le tre in palestra. Negli ultimi due-tre anni non mi sono mai fermato, sono arrivato ad un livello in cui solo il meglio mi permette di andare avanti. Ragiono come se dovessi sempre migliorare, anche nei movimenti che ormai compio in maniera automatica. Sono alla continua ricerca del miglioramento, questo credo che sia la cosa più importante. Se pensassi di essere perfetto a quel punto fallirei. Il mio ruolo è direttamente influenzato dalla persona che mi sta davanti. Ci sono delle situazioni in cui la velocità può servirmi più della forza, e viceversa. Per questo motivo cerco di essere il più efficace possibile in ogni allenamento che faccio. È difficile pensare di poter dominare l’avversario in partenza. C’è sempre bisogno di trovare quel qualcosa in più per vincere. Cerco di rendere il più naturale possibile la reazione che ho quando mi trovo davanti ad una situazione di gioco”. 

 

So che segui molto anche la NFL, c’è un giocatore nel tuo ruolo che ammiri particolarmente? Quello a cui ti ispiri?

“Da appassionato non posso citartene solo uno perché sarebbe riduttivo, ce ne sono molti. Da Aaron Donald a T.J. Watt, passando per DeMarcus Lawrence a Jason Pierre-Paul. Sono giocatori che a livello tecnico raggiungono un’eccellenza dalla quale puoi solo che apprendere qualcosa. È importantissimo continuare a prendere spunto dai migliori a qualsiasi livello. La potenza, il timing, ma sopratutto la tecnica. Sono bestioni che si muovo come dei gatti, è affascinante e sbalorditivo. J.J Watt è stato il mio “mentore”, l’ho sempre ammirato e tenuto d’occhio. A me piace l’idea di avere una linea intelligente, che sappia svolgere più compiti e adattarsi a più situazioni. In questo credo che nessuno sia meglio di T.J: è un outside linebacker che viene schierato come defensive end ma che all’occorrenza svolge compiti di copertura. Per le mie caratteristiche fisiche lui è quello che più mi somiglia“. 

 

T.J Watt è infatti il prototipo di difensore moderno, da dove credi che parta il cambiamento rispetto al passato?

“Studiare gli avversari e il gioco è fondamentale. Nei miei primi anni di carriera ho puntato più sul battere l’offensive lineman dal punto di vista fisico. Entrare a prendere il quarterback a tutti i costi. Conoscere però ciò che sta accedendo intorno a te, capire come si sta sviluppando l’azione ancora prima dell’approcciare all’avversario, ti rende tutto più semplice. Più tecnica equivale a maggiore efficacia. Il gioco è cambiato, lo studio è diventato una parte fondamentale”. 

T.J. Watt

 

Tu sei un professionista non-professionista, e come molti altri giocatori, nella vita hai anche un altro lavoro. Di cosa ti occupi, come gestisci il tempo per allenarti? 

“Ho trovato un lavoro che mi permettesse di non togliere tempo al football. Ho studiato all’università, ho ottenuto una laurea magistrale in Economia Aziendale, e adesso sono consulente bancario. Lavoro e quando finisco mi alleno. Ho tempo per fare l’uno e l’altro. Questa è l’unica via per chi ha deciso di non diventare un professionista a tutti gli effetti. Ma la situazione in tal senso negli ultimi anni è migliorata e offre più possibilità.  L’International Player Pathway program, ad esempio, ha proiettato Max Pircher nella realtà della NFL nel giro di pochissimo tempo: questa cosa è fantastica e stimolante. Ci tengo poi a menzionare il nostro Habba Baldonado, cresciuto a Roma, che ora sta giocando e lottando negli USA per raggiungere la National Football League. Questo inverno ho avuto il piacere di allenarmi insieme lui, gli auguro gradi successi”. 

 

Quali obiettivi ti sei prefissato per il futuro? 

“Dopo che il campionato 2020 era stato annullato per il Covid, ho deciso di sfruttare l’anno per allenarmi senza sosta. Aspettavo il momento di tornare in campo. Il mio obiettivo era quello di vincere la prima divisione con i Ducks e l’Europeo. Il primo purtroppo è stato rimandato al prossimo anno, il secondo invece si deciderà a breve. Allo stadio dei Marmi mi allenavo osservando la bandiera italiana e quella europea: era un modo di avere l’obiettivo davanti agli occhi. Ovviamente sto pensando anche al Mondiale, è un’esperienza che non voglio farmi scappare. Voglio misurarmi a livello internazionale. So di non essere più giovanissimo, ho 31 anni. Probabilmente non avrò più possibilità di fare queste esperienze, adesso è il momento di spingere al massimo. Vivo tutte le esperienze come se fossero le ultime”. 

 

Non avendo uno stipendio come giocatore, molti potrebbero chiedersi per quale motivo continui a farlo. Che risposta daresti a queste persone? Cosa ti spinge a continuare? 

“La mia motivazione principale sta nella bellezza di questo sport. Reputo il football una scuola di vita. Ci permette di rapportarci con altre persone, ci unisce. Lo sport di squadra per eccellenza. Ti permettere di conoscere questo tipo di dinamiche ad un livello superiore. L’importanza di non primeggiare ma di essere a disposizione del gruppo. Sono tratti fondamentali della vita. Una persona, un ragazzo, tutti devono conoscere questi aspetti per stare al mondo. Dal punto di vista tecnico è invece quello più completo, aldilà della fisicità. Si tratta di una partita a scacchi: il touchdown come fosse lo scacco matto. Chiunque abbia problemi, chi fatica per un motivo o per l’altro nella vita, può trovare nel football il mezzo di redenzione. Ci sono storie e storie in questo senso, non si tratta solamente di un caso”. 

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