Le due vite del Superdome

I Saints devono abbandonare ancora una volta New Orleans a causa di un uragano. Ma la rinascita dopo Katrina ha lasciato alla squadra e alla città molto più di un Super Bowl. E a testimoniarlo è proprio l’iconico stadio.

La prima partita in casa, ma lontano da casa: la NFL ha annunciato che sarà il TIAA Bank Field di Jacksonville a ospitare, il prossimo 12 settembre, il match tra Green Bay Packers e New Orleans Saints. Si potrebbe essere tentati di tornare con la mente al 2005 di Katrina, alla città in ginocchio dopo l’uragano, alla squadra di nuovo costretta ad andarsene. Ma le cose non stanno così.

Certo, fatti come questo sono difficili da liquidare in poche parole in Louisiana, un luogo che forse come pochi altri vive di memorie, di tradizioni e persino di antiche credenze: è qui, del resto, che tra gli altri si ricorse persino a una sacerdotessa voodoo per interrompere quel digiuno di vittorie ai playoff che aveva caratterizzato i primi 33 anni della franchigia.

Nel caso delle notizie degli ultimi giorni, pensare ai Saints che “marciano” lontano da New Orleans fa venire in mente subito quell’uragano che ha segnato uno dei più grandi drammi vissuti da questa città, e che lasciò a lungo i tifosi col fiato sospeso per il timore di un addio definitivo della squadra. L’uragano Ida è arrivato in Louisiana lo scorso 29 agosto, proprio nel giorno del sedicesimo anniversario di Katrina. E se il suo predecessore è stato responsabile di oltre 1.800 morti, con l’80 per cento di New Orleans completamente allagata, adesso c’è da fare un nuovo bilancio, meno drammatico, ma comunque pesante: gravi danni alle infrastrutture, mancanza di corrente in molte aree urbane e almeno 62 vittime negli otto stati finora colpiti.

Non c’è elettricità nemmeno nella zona dello stadio, ed è proprio per questo che, mentre la città cerca di riprendersi, non si può ospitare la partita. C’è però un dato, qualcosa che spicca allo stesso tempo come il punto di arrivo di un percorso e come l’inizio di un qualcosa di nuovo: il Superdome non ha subito danni. Certo, Ida non ha eguagliato Katrina, ma è comunque il secondo uragano più violento ad esser mai arrivato in Louisiana, e quella cupola che nonostante tutto si staglia intatta, richiamando secondo alcuni uno spicchio di luna, sembra racchiudere ancora una volta qualcosa di simbolico.

Il Superdome, d’altronde, simbolico lo era stato anche durante le terribili giornate del 2005: il simbolo infranto di una città altrettanto infranta. Eppure, senza quelle “ferite”, oggi forse questo stadio non ci sarebbe più, e non si parlerebbe nemmeno di quella rinascita in perfetto stile americano che nel 2010 ha visto i Saints alzare il primo  (e unico, al momento) Lombardy Trophy della loro storia.

Drew Brees alza al cielo il Lombardi Trophy

Il fatto è che il Superdome, nel 2005, era uno stadio vecchio. I Saints ci avevano giocato la prima partita di regular season nel 1975, perdendo peraltro 21 a 0 contro i Cincinnati Bengals. All’epoca era una costruzione ambiziosa, per certi versi sorprendente, ma nei primi anni 2000 era diventata ormai una struttura superata e usurata, non all’altezza dei grandi eventi NFL al punto che già si parlava di un nuovo stadio all’aperto sul Mississippi o addirittura del trasferimento della franchigia in un’altra città.

Katrina sembrava aver assestato il colpo di grazia, provocando gravi danni e spazzando via un’ampia parte della copertura esterna della cupola. Il Superdome era stato inoltre utilizzato per dare rifugio a quasi 30.000 sfollati, in giornate che hanno lasciato ricordi drammatici in molti. Alle cronache sui problemi organizzativi andavano aggiungendosi segnalazioni, seppure non confermate, di stupri, vandalismo violenza e spaccio di droga: tutto all’interno di quello che una volta era un luogo di sport e di festa. Finita l’emergenza, chi era entrato nella struttura per valutare i danni aveva parlato di un caos generale, di macchie di sangue per terra e di una puzza insopportabile. Il Superdome, in un certo senso, era morto in tanti modi: materialmente, certo, ma anche negli occhi di chi ora non riusciva più a vederlo come prima.

Il soffitto del Supedome danneggiato dall’uragano

Poteva finire là, con una constatazione di danni troppo gravi o di costi troppo alti per un ripristino: nessuno si sarebbe stupito più di tanto. Anzi, continua a stupire maggiormente ciò che è accaduto in seguito, e si rischierebbe di non crederci, se non ci fosse il Superdome illuminato a ricordarci che è veramente andata così. Del resto, spesso si dimentica che a New Orleans la rinascita della città e quella del suo stadio tendono a essere considerate quasi come sinonimi. E se si chiede cosa è stato necessario per rimettere in sesto il Superdome, non basta rispondere “185 milioni di dollari e 13 mesi di lavori”. C’è qualcosa in più, qualcosa di misterioso che sembra uscito da una delle storie che si raccontano da queste parti.

Il 25 settembre del 2006 i Saints sono tornati a giocare in questo loro “tempio”, battendo gli Atlanta Falcons per 23 a 3. È la partita del celebre punt block di Steve Gleason, che prima di ingaggiare una coraggiosa lotta contro la SLA ha regalato alla città un’azione da leggenda  per innescare quel percorso che oggi viene chiamato semplicemente “Rebirth”. Una strada che ha visto quello stadio morto rinascere e diventare ciò che nessuno immaginava più: un impianto moderno, nuovo, dove si ospitano grandi match e grandi concerti. E dove i Saints, guidati da quel Drew Brees arrivato anche lui subito dopo Katrina, hanno vinto il Super Bowl.

La statua del punt bloccato da Steve Gleason

È storia nota, così come è noto che proprio in questi giorni si chiude quel ciclo sportivo. Brees si è ritirato, e a sostituirlo come starting quarterback ci sarà Jameis Winston, in una stagione in cui ci si dovrà capire se i Saints sono ancora tra i contender, o se si va verso una ricostruzione.

E magari non c’è da augurare che serva un uragano ogni volta che bisogna ripartire sul piano sportivo, ma quel che è certo è che in questa città le ricostruzioni non fanno paura. Il Caesars Superdome – come si chiama da pochi giorni, dopo il cambiamento di sponsor – sembra essere lì proprio per ricordarcelo. E sì, la squadra dovrà giocare ancora una volta altrove, e potrebbe pure venire in mente il 2005. Ma no, le cose non stanno nello stesso modo: c’è appunto qualcosa che non si può più rimuovere nemmeno coi venti di un uragano. Come uno stadio che non doveva esserci più, e che invece è ancora lì, a simboleggiare una storia e a scriverne altre. 

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