Intervista a Max Pircher, il nuovo volto italiano della NFL

La chiamata di MacVay, i consigli di Stafford: il numero 66 dei Rams ci racconta il suo impatto con la National Football League

L’offensive lineman azzurro, primo italiano nella storia ad arrivare nella National Football League senza un percorso negli USA, ci parla della sua nuova avventura coi Los Angeles Rams. E dice: continuate a impegnarvi al massimo, perché la NFL guarda anche al nostro Paese.

È una delle cose più belle del football americano: quando si parte dalla linea di scrimmage nel primo down della partita, il touchdown sembra lontano, praticamente irraggiungibile. Ma accade che quando mettiamo in campo tutti noi stessi, senza risparmiare nulla, si arriva fino in fondo, si segna, e magari si vince persino la partita. Questo è vero nell’Olimpo della NFL come nel più sperduto e polveroso dei nostri campi di periferia, e in un certo senso è stato vero anche per Maximilian Pircher, primo italiano ad arrivare nella lega professionistica americana senza mai aver giocato prima negli USA.

Max è una linea d’attacco, è alto 204 cm e pesa 136 kg. Il percorso di questo ragazzo, nato a Bressanone nel 1999, già di per sé segna un pezzo di storia, perché dimostra come anche in un paese come il nostro, lontano dalle glorie dei gridiron a stelle e strisce, si possa arrivare ovunque, anche al di là dell’Oceano. Certo, dietro c’è un progetto ben preciso, l’International Player Pathway Program, con cui dal 2017 la NFL ha deciso di allargare i propri orizzonti per selezionare i migliori giocatori da tutto il mondo. Ma soprattutto, ci sono la dedizione e la passione di Pircher, che continuano immutate anche in questi primi giorni di allenamenti con la sua nuova squadra, i Los Angeles Rams. Noi lo abbiamo contattato e ci siamo fatti raccontare com’è vivere il sogno, cosa vuol dire diventare un giocatore della National Football League.

 

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Edoardo: Prima di tutto, Max, è un piacere averti qui con noi, e un grande onore. Che dire, ormai sei a tutti gli effetti un giocatore della NFL, sei un giocatore dei Rams, sei il nuovo numero 66. Raccontaci l’impatto emotivo di questa avventura.

“È una cosa difficile anche solo da immaginare. Se non fossi qui, oggi, se qualcuno me lo avesse detto prima, non ci avrei creduto. Questa organizzazione è così gigantesca, ognuno lavora con l’altro… non riesco neanche a descriverlo. Tutto funziona, tutto è on point”.

Leonardo: Partiamo allora dalla prima cosa che hai fatto una volta sceso dall’aereo. Hai avuto dei giorni per ambientarti, o hai iniziato immediatamente a pieno regime?

“Appena scesi dall’aereo c’erano subito dei bus ad accoglierci. Ci hanno portato all’hotel e lì abbiamo trovato già pronto l’iPad col playbook. Mi sono messo subito a studiarlo, e devo dire che non c’è stato molto tempo per vedere altre cose. Abbiamo avuto immediatamente dei meeting, con cui ci hanno presentato la nostra nuova vita quotidiana. Ma ribadisco: mi sono messo subito a studiare, la prima cosa che ho fatto è stata imparare il playbook”.

Edoardo: Quindi si può dire che hai iniziato proprio come si dovrebbe. Ci puoi raccontare un po’ la tua routine quotidiana, in modo da farci capire cosa fa un giocatore NFL in questi giorni?

“Mi alzo alle sei, e ogni giorno, ovviamente, abbiamo il test per il COVID. Poi, subito dopo la colazione, cominciamo coi meeting. Abbiamo diversi rookie meetings che ancora stiamo facendo online. Poi ci spostiamo nella facility per gli allenamenti con la squadra, che durano circa un’ora e mezza. Dopo mangiamo, facciamo altri meeting, e dopo ancora c’è la sala pesi seguita da massaggi per chi ne ha bisogno. A questo punto, siamo liberi. Diciamo che in questa fase non c’è ancora così tanto da fare, però noi, come rookie, abbiamo più impegni, perché devono un po’ insegnarci il meccanismo”. 

Leonardo: E pensare che siamo abituati ad immaginare il playbook come un libro gigantesco… invece ora è tutto digitalizzato. Prima di proseguire, però, vorrei tornare un attimo sul tuo numero: perché proprio il 66?

“Non ho scelto io: il 66 me lo avevano assegnato quando giocavo negli Swarco Raiders a Innsbruck. I Rams hanno guardato che numero avevo in Austria, e come sorpresa, come omaggio, hanno cercato di darmelo anche qui”.

Edoardo: Anche questo fa un po’ capire come in NFL non si lascia nulla al caso. È un bel modo di accogliere un nuovo membro della squadra. Ma proseguendo col playbook, come ti stai trovando? C’è qualcosa che ti ha sorpreso, qualcosa che ti piace particolarmente? Raccontaci come lo stai approcciando.

“C’è da dire che noi abbiamo passato più di due mesi nella IMG Academy a Bradenton, in Florida. Lì avevamo dei playbook di diversi team, presi da stagioni passate, quindi quando sono arrivato qui sapevo già qualcosa. Questo, però, è un nuovo playbook molto complesso: ci sono tante varianti. Non si tratta solo di valutare se c’è da fare un run play o una pass protection. Noi, dalla O-line, dobbiamo vedere tutto, dobbiamo essere capaci di leggere la difesa. Il coach Sean McVay, del resto, è famoso per la sua offense, e quindi è un piacere poter imparare da lui. Per fortuna anche in passato ho avuto un coach come Lee Rowland, il nostro offensive coordinator, che ha esperienza di NFL e gioca un playbook abbastanza complesso. Insomma, posso dire di essere partito con delle buone basi”.

 

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Edoardo: Parliamo ora del tuo rapporto con la squadra. Ho visto delle foto in cui sei con i tuoi nuovi compagni, come ad esempio Austin Corbett. Come ti hanno accolto? Che consigli ti danno? Di cosa parlate durante la giornata?

“Ci hanno aiutato fin dal primo giorno. Sono molto gentili con noi, e siamo diventati immediatamente una unit: ognuno aiuta l’altro, così come deve essere in una O-line, dove si gioca insieme ad altre quattro persone. Noi rookie siamo molto contenti di questo sostegno. Tanto per fare un esempio, Andrew Whitworth ci aiuta un sacco, e se sbagliamo qualcosa in un drill ci spiega subito come possiamo correggerci. Questa è una grandissima risorsa, perché stiamo parlando di giocatori che hanno tantissima esperienza”.

Edoardo: Hai avuto modo di parlare anche con McVay?

“Certo. Il primo giorno, quando siamo arrivati, è venuto da noi e sapeva già i nostri nomi. McVay tratta ognuno nello stesso modo: non importa se sei una first round pick o un free agent, per lui siamo tutti uguali. E questa è una sua mentalità che si percepisce in tutta la facility: per lui la persona viene prima del giocatore di football”.

Leonardo: Ma la senti un po’ la pressione? Nessuno era mai arrivato dall’Italia alla NFL senza passare dai college, o comunque da un percorso negli Stati Uniti. Si può dire che già hai fatto un pezzo di storia?

“La pressione la sento, ma in un senso buono. La cosa bella è che adesso tutti i giovani giocatori d’Italia possono vedere che la NFL c’è e ci guarda. Questo fa capire che chi si impegna può sperare di farcela, e che non si tratta solo di giocare un po’ e poi lasciar perdere”.

Edoardo: Certo, ed è un po’ uno dei lati più belli di uno sport completo e globale come il football. Se penso, ad esempio, che questo è solo il tuo terzo anno di gioco, e poi che i 53 giocatori che compongono una squadra hanno sempre caratteristiche diversissime, mi viene da dire che stiamo parlando di uno sport che è accessibile a tutti e che ti dà tante opportunità. Sei d’accordo?

“Sì, è vero!”

Edoardo: A questo punto vorrei chiederti, per entrare un po’ nell’aspetto tecnico, se in questi giorni ti hanno fatto lavorare su un elemento preciso del tuo gioco, o se ti stai muovendo per ora su un livello più generico.

“Alla IMG Academy ci hanno preparato molto bene. E qui abbiamo tantissimi coach per la O-line, che analizzano ogni nostro movimento e ci danno il focus su quei piccoli dettagli che sono molto importanti. Facciamo questo lavoro ogni giorno, ma soprattutto lavoriamo sul playbook, perché quando sei nell’huddle durante la partita hai due secondi per vedere, ad esempio, dov’è la free safety, dov’è la strong safety, come sono messi i linebacker o su che livello è la D-line. Tutti noi cinque dobbiamo decidere cosa fare, e inoltre dobbiamo pensare la stessa cosa. Altrimenti qualcuno può riuscire a passare, e magari ci rompe Stafford. Ovviamente, non vogliamo che accada”.

Edoardo: Sei riuscito a scambiare due parole con Stafford? Anche lui, tra l’altro, è un po’ un “nuovo arrivato”: è un giocatore dei Rams solo da questa estate, pur avendo alle spalle molta esperienza. Credi che sia un quarterback che può aiutarti a crescere?

“Da quello che ho visto, è un leader. Ha tutto sotto controllo e se stai vicino a lui ti trasmette tranquillità. Questa è una qualità molto importante per un quarterback, perché quando la situazione si fa molto stressante ci vuole qualcuno che ti calmi e che sappia cosa fare. Lui è un grandissimo quarterback, e siamo tutti contenti di averlo qui”.

Leonardo: Hai detto che hai parlato con tutti: anche con Aaron Donald?

“Sì: siamo tutti vicini, e ci alleniamo insieme. Ci siamo presentati. Un fatto interessante è che molti giocatori vogliono sapere perché vengo dall’Italia e come sono arrivato qui senza passare dal college. C’è chi lo sa già, perché lo ha letto da qualche parte, ma in tanti sono interessati”.

Edoardo: Adesso vorrei chiederti se c’è un aspetto della NFL che ti ha colpito in modo particolare. Qualcosa che ti ha fatto pensare “Guarda che roba! Sono nella NFL!”

“Eh, qui ogni giorno succedono cose del genere. Già il fatto che parti da zero, arrivi nella facility per la prima volta e trovi tutto… Ti fanno subito gli scan della testa e della gambe, poi con quelli ti fanno il casco e le scarpe su misura, e trovi tutto perfettamente ordinato nel tuo locker room. Anche dopo l’allenamento, lasci lì le tue cose e il giorno dopo le ritrovi lavate, stirate e appese. Un altro esempio: ho fatto il vaccino, e due o tre giorni dopo avevo tutti i documenti pronti nel mio locker room. Quando sono andato nella equipment room mi hanno fatto scegliere le scarpe e i vestiti. Li ho scelti, stavo per prenderli e mi hanno subito fermato dicendomi: “tu non devi fare niente”. Sono andato all’allenamento, e quando sono tornato era già tutto pronto: pazzesco. Ma anche sul cibo… lo senti da ogni parte, che sei nella NFL”. 

Edoardo: A proposito di cibo, ti fanno seguire una dieta particolare?

“Noi abbiamo un’applicazione con tutti i nostri dati e con il fabbisogno di proteine, grassi, carboidrati. Da lì puoi scegliere quello che vuoi mangiare, e c’è un team di diet coaches che lavora insieme agli altri allenatori. Un esempio: ci misurano la forza nella sala pesi, insieme alla velocità e a come solleviamo il peso. Se poi non ci sono progressi viene chiamato il nutrition coach per avere un suo parere su cosa si può fare per migliorare”.

Leonardo: hai dovuto cambiare dieta, da quando sei arrivato nella NFL?

“La mia fortuna è che la mia ragazza è esperta di queste cose, quindi io già mangiavo molto bene prima. Lei mi consigliava su come e quanto bere e mangiare, quindi per me la cosa non è cambiata molto”.

Edoardo: E magari questo può aver sorpreso un po’ l’organizzazione dei Rams, che ti ha trovato così bene sia sul piano fisico che su quello della dieta.

“Sì, soprattutto grazie anche all’International Pathway Program, dove ci hanno dato l’opportunità di allenarci per più di due mesi alla IMG Academy coi coach migliori del mondo. È stato un vantaggio che abbiamo ricevuto”.

Edoardo: Torniamo un attimo all’inizio di questa tua avventura. Quando hai ricevuto la chiamata di McVay, cosa hai provato? Qual è stata la prima persona a cui hai dato la notizia?

“La chiamata di McVay è stata molto liberatoria. La NFL ha valutato 8.000 giocatori in tutto il mondo, e ne ha scelti 11 da mandare alla IMG Academy. Quindi sapevamo che questi 11 erano gli atleti migliori di tutti i paesi, e questo voleva dire che ciascuno di noi, nella sua posizione, era molto forte. Dopo la fine di questa esperienza abbiamo dovuto aspettare un mese, senza sapere chi sarebbe stato scelto e chi no. Sapevamo solo che ne avrebbero selezionati 4. Quando ricevi una chiamata come quella ti rilassi, perché sai che finalmente ce l’hai fatta. Non lo realizzi subito, però sai che ce l’hai fatta. Per poterlo dire a qualcuno ho dovuto aspettare il giorno successivo, perché non potevamo comunicare nulla prima dell’ufficializzazione da parte della NFL. I primi che lo hanno saputo sono stati i miei familiari e la mia ragazza”.

 

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Edoardo: Avete già iniziato a studiare qualche difesa avversaria?

“Non ci stiamo concentrando sulla difesa di una squadra in particolare. In questa fase stiamo guardando videotape di difese in generale: se c’è una Over G, se c’è una Even o una Under front, o una Odd front, come agire, quale personnelgiocare…”

Leonardo: Alla luce del lavoro fatto finora, ti sei già fatto un’idea di quali saranno i punti su cui dovrai lavorare di più nei prossimi mesi? E quali saranno i tuoi obiettivi personali?

“Il mio obiettivo personale, ovviamente, è quello di entrare nel team e giocare. In ogni caso voglio migliorarmi sotto qualsiasi aspetto. Non c’è mai, per nessuno di noi, qualcosa in cui non si può migliorare. Grazie ai nostri coach, e agli altri O-linemen con più esperienza, abbiamo una grande opportunità per migliorarci, soprattutto qui ai Rams”.

Edoardo: Facciamo un passo indietro, proprio all’inizio del tuo percorso nel football: come hai deciso di cominciare? È stato amore a prima vista?

“Giocavo a pallamano, ma avevo un insegnante a scuola che si chiama Matteo Braghini. Lui ha vinto anche un Italian Bowl nel 2009 con i Giants Bolzano. Mi ha portato a Innsbruck per vedere una partita degli Swarco Raiders, e io mi sono innamorato subito. Volevo sapere tutto, volevo giocare. Poi sono andato all’università a Innsbruck e ho deciso di fare i tryouts per quella squadra. Mi hanno preso subito, e così è cominciato tutto”.

Leonardo: Hai mai pensato di poter arrivare un giorno in NFL?

“No, all’inizio non ci avevo pensato nemmeno lontanamente. Sapevo che già era molto difficile entrare in prima squadra lì, a Innsbruck, e all’inizio quello era il mio obiettivo. Ci sono riuscito grazie ai coach che avevo, e a quello che mi hanno insegnato. Poi è successa una cosa dopo l’altra, e sono arrivato qui”.

Leonardo: Prima hai detto delle parole che mi hanno molto colpito: la tua vicenda potrà essere un esempio per altri, perché sappiamo che la NFL guarda anche dalle nostre parti. E ora che appunto pure tu sei un giocatore della NFL, come valuti il momento che sta vivendo il football in Italia?

“Direi che è un buon momento. Il football sta crescendo molto, e non solo in Italia. Sulla tv tedesca la NFL viene seguita da un numero molto alto di spettatori. E ora che c’è l’International Pathway Program, direi che siamo nella fase migliore per tutto il movimento del football”.

Edoardo: Oggi hai pubblicato una storia Instagram allo stadio dei Rams. Che effetto ti ha fatto entrarci?

“Non avevo mai visto una roba del genere. È gigantesco. Nello stadio c’è di tutto: qualsiasi ristorante che puoi immaginarti, piscine dentro il nostro locker room… è pazzesco. Già entrare è un’esperienza: ci arrivi col bus, e dall’ingresso alla struttura vera e propria ci sono ancora cinque minuti di viaggio”.

Leonardo: Sei riuscito a vedere anche un po’ la città? Come ti trovi?

“Mi trovo molto bene. Per la verità, non sono ancora riuscito a vedere molto, perché noi siamo dentro la nostra bubble. Ci danno la possibilità di concentrarci proprio sul football, non dobbiamo preoccuparci di nient’altro. In teoria non abbiamo nemmeno bisogno di uscire. Ma quando avrò un po’ di tempo libero voglio “esplorare” un po’ tutto”.

 

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Leonardo: E cosa si prova nel sentirsi parte di tutto questo?

“È un onore per me giocare qui, con questi giocatori e per questi coaches. E c’è anche un’altra cosa che è cambiata molto per me: ho fatto un sacco di interviste”.

Edoardo: C’è una preparazione anche per le interviste? C’è uno staff che vi aiuta in questo senso?

“Al momento non ho parlato con nessuno di questo, ma ovviamente, se abbiamo bisogno di qualcosa, ci sono sempre persone a cui puoi rivolgerti”.

Edoardo: Vorrei chiudere dicendo ai nostri lettori che tu, con i tuoi tre anni di contratto, hai in un certo senso la tranquillità di avere un po’ di tempo a disposizione, non hai la necessità di fare tutto e subito. Questo può essere un vantaggio, per te?

“Io non la vedo così. So che posso rimanere qui, ma voglio lavorare più degli altri per entrare in squadra e giocare. Quando alla IMG Academy sono venuti quelli della NFL International, hanno guardato subito se eravamo lì per goderci questi tre anni, o se volevamo veramente entrare nella squadra e giocare. Certo, per un giocatore che arriva da fuori è un vantaggio poter avere tre anni di tempo, perché non abbiamo passato l’esperienza del college, e in un certo senso non sappiamo cosa ci aspetta. Ma se ti alleni seriamente per un anno con la squadra, sai che migliorerai. E io mi impegnerò al massimo per entrare nel team il prima possibile”.

Leonardo: Io, invece, chiudo con una domanda classica ma secondo me sempre importante: che consiglio daresti a chi oggi inizia a giocare a football?

“Lavorare duro, dare sempre il meglio di sé, e studiare il playbook. E poi cercare di stare vicino ai coaches. Il resto verrà da sé, perché la NFL guarda ogni giocatore, ogni lega: non importa se si tratta della prima o della seconda divisione, non importa se sei tedesco, italiano o altro”.

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