Il gioco del trono alla corte di re Brees: quale quarterback per i Saints?

Il leggendario numero 9 della franchigia sembra pronto ad abdicare, ma in mancanza dell’ufficialità i contendenti si agitano dietro le quinte. Proviamo a fare il punto della situazione.

La Louisiana del football, in questi giorni, pare intenzionata a riportare in auge quel retrogusto di monarchia francese che ne caratterizza il nome. Sembra quasi di dover tornare al tempo dei re e dei nobili per trovare una successione tanto ardua quanto quella che vede protagonista Drew Brees. E in effetti, proprio come avveniva nelle corti nobiliari di un tempo, si guarda un po’ a tutto. Persino alle pettinature dei giocatori.
Non si tratta del classico sguardo che vaga senza meta cercando qualcosa su cui soffermarsi tra i playoff e il draft, che è storia comune durante la off-season. Si cercano invece segni, vaticini e profezie su un futuro che stavolta appare più nebuloso di certe giornate nel bayou. 

Va detto che alcune mosse parlano chiaro: quelle di cui si è più discusso in questi giorni, tanto per fare un esempio, sono il rilascio del wide receiver Emmanuel Sanders e soprattutto quello di Thomas Morstead, che non ha soltanto 12 stagioni all’attivo come uno dei migliori punter della lega, ma che nella Big Easy è considerato praticamente una leggenda. Suo è infatti il piede che nel Super Bowl del 2010 ha calciato l’onside kick all’inzio del secondo tempo, indirizzando il Lombardy Trophy sulla via per la Louisiana. Bisogna precisare che la prestazione nel 2020 non è stata all’altezza di quello che risulta essere il punter più pagato in circolazione, e c’è chi tira in ballo un paio di infortuni. Ma la ragione vera è sotto gli occhi di tutti: i Saints devono liberare cap space. Un lavoraccio, visto che tra tagli e ristrutturazioni di contratti ci sono da recuperare più di 66 milioni di dollari. E mentre ancora a New Orleans bruciano le ferite dell’ennesima stagione finita anzitempo ai playoff, proprio le mosse sul piano finanziario sembrano indicare che la questione delle questioni, ovvero il nome del futuro quarterback che vestirà il black and gold, non possa più essere rinviata ulteriormente.

The story so far

Praticamente un anno fa lo scenario non era molto diverso da quello attuale: stesso brusco finale di stagione, stessi dubbi sul futuro. A mettere la faccenda in standby era arrivato un post su Instagram, in cui Drew Brees, allegando pure una sua foto sulla cima di una montagna hawaiana, dichiarava: “Proviamoci ancora una volta”. Parole che avevano riacceso le speranze dei tifosi, da tempo inquieti perché sulle loro teste pende la spada di Damocle della fine di un ciclo, meno fruttuoso, tra l’altro, di quanto fosse lecito sperare. Brees, del resto, è un futuro hall of famer, uno degli autori della rinascita dei Saints dopo Katrina, un protagonista assoluto nell’avventura che li ha portati alla vittoria del Super Bowl e, numeri alla mano, uno dei quarterback più forti di tutti i tempi. È storia nota.

Ma nonostante l’annuncio dalla sommità di una vetta, per Brees la strada attraverso il 2020 si è rivelata tutt’altro che in discesa. L’annata è cominciata con le polemiche per le sue dichiarazioni sulla bandiera e sull’inno americano: il pur garbato e rispettoso patriottismo di Brees non era andato giù nei giorni delle proteste per l’omicidio di George Floyd, tanto che ai dissapori nello spogliatoio si erano aggiunte le contestazioni per le strade di New Orleans, il biasimo di altre star sportive come LeBron James e persino un “Fuck Drew Brees” rappato da Eminem. Perplessità rientrate in breve, anche perché il quarterback dei Saints non ha tardato a scusarsi e a rettificare la sua posizione, prendendo le distanze persino da Donald Trump, che lo invitava a tenere il punto.

Drew Brees durante l’inno nazionale

Con l’inizio della stagione, tuttavia, le discussioni “politiche” sui social hanno lasciato il posto a quelle sulle prestazioni in campo: “Non lancia oltre 20 iarde”, “Ha 42 anni e ormai è finito”, attaccavano i detrattori. “Fa ancora la differenza”, “Non serve lanciare 70 iarde per vincere le partite”, “I Saints giocano così da anni”, replicavano i sostenitori. A complicare le cose, un infortunio in week 10 contro i 49ers: frattura multipla delle costole da entrambi i lati e polmone destro collassato, che hanno tenuto Brees fuori dal gridiron fino alla week 15.

Insomma, una stagione con alti e bassi: Brees non è apparso al suo meglio, tra dubbi sulla sua tenuta fisica legati anche all’età che avanza, e qualche errore in più rispetto al passato. C’è però da dire che la sua solidità mentale e la sua esperienza hanno comunque fatto la loro parte nella stagione di New Orleans, e Drew Brees ha pure superato i 7.000 passaggi completati in carriera e le 80.000 iarde su passaggio: altri record che vanno ad aggiungersi alla già nutrita collezione di quello che può essere considerato senza dubbio uno dei migliori giocatori di tutti i tempi.

Capelli

Come detto, in questi giorni qualsiasi dettaglio viene interpretato alla stregua di un segnale sul futuro. Prima della stagione 2020 Drew Brees aveva rinnovato per due anni, firmando un contratto da 50 milioni di dollari, vale a dire 25 a stagione. Lo scorso febbraio, però, l’accordo è stato ristrutturato per il 2021, portando il compenso poco sotto il milione: una mossa, anche questa, che va nella direzione di liberare cap space, e che in molti hanno letto come un passo ulteriore verso il ritiro.

La pensa diversamente chi invece, nei giorni scorsi, ha sottolineato come Brees stia continuando ad allenarsi. Ma anche di fronte a questo, c’è chi è pronto a scommettere sull’addio, tirando in ballo dettagli apparente minori come il suo taglio di capelli. Per il conduttore radiofonico Dan Patrick il ritorno di quella folta chioma, che sulla testa di Brees mancava da tempo, indicherebbe che il numero 9 dei Saints si sta allenando non per il campo, ma per la televisione. Il riferimento è al contratto firmato da Brees con la NBC, che lo aspetta come commentatore non appena deciderà di appendere il casco al chiodo.

Siamo però nel campo delle pure ipotesi: l’addio resta per ora un discorso di insider e osservatori, mentre nulla di ufficiale è ancora arrivato da New Orleans. Brees continua a non pronunciarsi in merito, quindi di fatto ancora non si è ritirato. Di certo c’è solo una cosa: quando arriverà il momento, trovare un rimpiazzo per il futuro hall of famer non sarà affatto facile.

I contendenti al trono

Se si guarda all’ultima versione della panchina dei Saints, i nomi dei contendenti sono due: Taysom Hill e Jameis Winston.

Il primo, classe 1990, è ben noto ai tifosi della franchigia, che lo hanno rinominato “The swiss army knife” per la sua estrema versatilità. Hill può bloccare i punt, può fare il tight end, può fare il running back, può fare il wide receiver, e tra le altre cose può fare anche il quarterback. È l’asso nella manica che il coach Sean Payton sfodera per spiazzare le difese avversarie. La domanda è se possa fare il quarterback a tempo pieno. È stato lui a sostituire Drew Brees nelle quattro partite che hanno seguito l’infortunio, facendo registrare cifre solide: 88 passaggi completati su 121 (72,7%), 928 iarde, 4 touchdown e 2 intercetti. Ci sono però anche 6 fumble nei 4 match come starter, che portano il totale della stagione a 10, e gettano ombre proprio su quell’attitudine alle corse che dovrebbe invece porsi come il punto di forza di Hill. Momento sfortunato o inevitabile conseguenza del maggior tempo passato in campo? Difficile rispondere, ma intanto la soluzione Hill appare quantomeno divisiva, nei giudizi di fan e osservatori, che lo vedono al massimo come un traghettatore.

Taysom Hill

L’altra opzione, invocata da una parte della tifoseria, passa da Jameis Winston. Il quarterback 27enne è arrivato l’anno scorso da Tampa Bay, con un singolare record sulle spalle: 33 touchdown lanciati e 30 intercetti in una singola stagione, unico nella storia della NFL. Nel 2020 ha giocato poco, e visto che il suo contratto di un anno è scaduto, c’è da chiedersi quanto spazio potrà trovare nel giro di giostra dei free agent. Dalla sua ha il fatto di essere stato scelto come primo assoluto nel draft del 2015, un elemento che ha sempre il suo peso. E alcuni team in cerca di quarterback, come i Chicago Bears o i New England Patriots, potrebbero decidere di dargli un’allettante chance come starter. D’altro canto, a Winston resta l’opzione di farsi ancora un po’ d’esperienza alla corte di Sean Payton, tentando magari un altro assalto al trono di Brees.

La carta Wilson

C’è poi un altro scenario che, anche se meno probabile, ha il sapore del colpo di scena. Russell Wilson, attualmente nel roster dei Seattle Seahawks, continua a saltar fuori nelle speculazioni sul mercato. E tra le destinazioni che più gradirebbe, avrebbe indicato pure i New Orleans Saints. Tra cap space e concorrenza agguerrita, accaparrarselo non è un’impresa facile. Ma nemmeno impossibile. Anzi, numeri alla mano, il cap hit di Wilson non è nemmeno così proibitivo, per il 2021: circa 19 milioni di dollari.

Il problema è che, appunto, sono in tanti ad aver messo gli occhi sul quarterback dei Seahawks. La base d’asta, se così si più dire, per New Orleans comporterebbe la cessione di tre first-round pick: la numero 28 quest’anno, la migliore del 2022 e quella del 2023. Ma potrebbe non bastare, e con ogni probabilità, se New Orleans deciderà di provarci sul serio, dovrà mettere sul piatto ben altro, per rendere l’offerta competitiva rispetto ad altri team. In questo senso, si parla di cessioni pesanti, come Marshon Lattimore o addirittura Alvin Kamara, running back reduce da una stagione poderosa, e verso cui il coach dei Seahawks Pete Carroll ha già espresso il suo gradimento in passato.

Drew Brees e Russell Wilson

Quella di Wilson, come si vede anche dalle ipotesi di mercato, è appunto una carta pazza, ma qualunque sia l’esito di un’eventuale trattativa, potrebbe dire molto su quello che bolle in pentola in Louisiana. L’arrivo della star dei Seahawks potrebbe portare un nuovo equilibrio nel reparto quarterback e in tutto l’attacco, segnalando che i Saints ancora ci credono e sono pronti per tentare un nuovo assalto al Lombardi Trophy. Oppure, potrebbero decidere di optare per un traghettatore, e magari rallentare per guardare al futuro in chiave ricostruzione.
Di fatto, a New Orleans c’è una corte in subbuglio, perché il re sta per abdicare, o per alcuni non ha più il polso – o il braccio, in questo caso – per tenere il comando. Solo il tempo porterà alla luce le dinamiche che per ora restano dietro le quinte, ma c’è da scommettere che sarà uno degli scenari più interessanti di questa off-season.

Articolo precedente L’huddle: come un quarterback muto rivoluzionò il football
Prossimo articolo “30 su 30”, il viaggio tra le arene sportive americane di Riccardo Pratesi